L’ultimo furto dei nostri beni comuni

una pianta sardaDopo le basi militari, l’inquinamento industriale, l’occupazione delle terre con il fotovoltaico e l’eolico, una società olandese fa incetta di biotipi sardi. Vicenda già sperimentata con il trifolium subterraneum ora proprietà degli australiani. Gli agricoltori e pastori sardi a loro debbono rivolgersi se vogliono impiantare gli erbai o migliorare i prati pascolo. In futuro potrà capitare che un derivato del nostro finocchietto selvatico potrà essere coltivato e venduto solo se si acquisteranno i semi in Olanda. Dal 1900 ad oggi si calcola che il 75% della biodiversità delle piante coltivate nel mondo si sia persa; frutto dell’abbandono dell’agricoltura contadina a favore di quella industriale che ha selezionato solo le specie per colture intensive. Questo nonostante l’agricoltura mondiale sia fatta per l’80% da piccoli contadini.

L’inquinamento del suolo, la penuria di acqua,  la sterilità dei terreni e i mutamenti climatici stanno imponendo la ricerca di varietà nuove che sappiano adattarsi ad ambienti colturali diventati più difficili. Già oggi poche multinazionali hanno in mano l’80% dei semi che rivendono con ampi profitti ai coltivatori. L’alimentazione del 90% della popolazione mondiale dipende da poche specie di riso, grano e granturco. Una crisi dovuta a carestia o ad una combinazione di malattie delle piante e saremmo tutti alla fame. È in atto una privatizzazione delle fonti della nostra esistenza, nonostante la Convezione di Rio del 1992 e le direttive della Ue. Ritorna l’eterna domanda, di chi sono le specie vegetali ed animali che sono presenti in una data area? I vari accordi internazionali hanno dato la risposta: la biodiversità vegetale e animale è proprietà delle comunità che vivono in quell’ ambiente. Un diritto riconosciuto ma non rispettato.

Qualche decennio fa ci fu il tentativo della multinazionale RichTech di impadronirsi e brevettare come proprio il riso Basmati. Solo l’opposizione dell’India sollecitata dal movimento dei contadini guidati da Vandana Shiva ha impedito che una risorsa importante per la sopravivenza delle popolazioni del subcontinente venisse privatizzata. L’Italia e la Sardegna sono i luoghi d’Europa più ricchi di varietà, ecco perché gli olandesi vengono qui. Lo fanno come probabilmente vanno nel Terzo mondo alla ricerca di essenze per uso alimentare e medicinale.  In Sardegna paghiamo il non aver mai approvato una legge in difesa delle nostre piante, semi ed animali. Una proposta di legge presentata  nel 2005 giace ancora negli uffici della V Commissione.

Non vi è stata la giusta sensibilità, chi ne sollecitava l’approvazione liquidato con la definizione ironica di poeta e sognatore. Un proverbio per indicare un ignorante dice:non connoschet mancu sa terra chi ddu poderat. Siamo così, non siamo capaci di riconoscere la grande ricchezza che abbiamo sotto gli occhi e sotto i nostri piedi. Una costante del nostro agire: il non vedere le cose nostre, il nostro paesaggio, la nostra cultura e la nostra lingua. In Sardegna non c’è nulla, siamo soliti dire. Un continuo disconoscimento di tutto quello che è Sardegna, che si traduce nella costante negazione di noi stessi come nazione e spesso nelle nostre rivalità reciproche, degli altri sardi.

Quando l’eterno sguardo straniero dà loro valore, restiamo sorpresi. Abbiamo bisogno di conferme e le accettiamo solo da chi viene dall’altra parte del mare. Per il suo essere istrangiu, l’ospite o il visitatore assumono caratteristiche superiori. Loro sanno, mentre noi no e dal loro giudizio dipendiamo. Possiamo continuare così? Certo che no. Altre regioni italiane con maggior consapevolezza di sé, hanno agito differentemente. Hanno promulgato leggi severe, le comunità locali sono state dichiarate le proprietarie della biodiversità che in questo modo diventa patrimonio collettivo indisponibile. Sono stati istituiti gli agricoltori custodi che possono scambiarsi legalmente semi e piante antiche.

I giardini dei frutti dimenticati si diffondono nelle città in modo che si accresca la conoscenza di un patrimonio collettivo, vengano sensibilizzate le nuove generazioni. Salvare la biodiversità è investire sul nostro futuro, creare appartenenza e identità. Noi invece siamo luogo aperto a chiunque voglia impadronirsene e magari rivenderci i derivati a caro prezzo. Una legge deve essere promulgata subito. Siamo in ritardo. Già oggi corriamo il rischio di chiudere la stalla quando i buoi sono già fuggiti. Anche questa, però, non è una novità.

di Nicolò Micheli

da Sardegna Soprattutto

 

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